Pensioni quota 100: cosa ci aspetta?


Per quota 100 si intende un'uscita anticipata dal mondo del lavoro per coloro che, sommando l'età anagrafica a quella concernente l'anzianità lavorativa, arrivino alla soglia dei 100

Tempo di lettura: 13 minuti



Quando si affronta lo spinoso tema delle pensioni niente è mai chiaro o semplice come si possa ritenere in un primo momento.

Da anni, infatti, non si fa altro che parlare di quale sia la soglia dell'età pensionabile e a quanto debbano ammontare i contributi versati per poter godere di una vecchiaia serena e senza troppi problemi economici.

Riprendendo il discorso già iniziato dall'ex Ministro Elsa Fornero, l'attuale Governo sta affrontando il problema pensionistico, puntando l'attenzione sulla famosa quota 100.

Ma, concretamente, di cosa si sta parlando? Quali sono i requisiti, per uomini e donne, per andare finalmente in pensione?

Pensioni quota 100: vediamoci chiaro

Pensioni quota 100: vediamoci chiaro

Con la locuzione quota 100, in parziale riforma della legge Fornero, si intende un'uscita anticipata dal mondo del lavoro per tutti coloro che, sommando l'età anagrafica a quella concernente l'anzianità lavorativa, arrivino alla soglia dei 100.

In realtà, a ben vedere, non si tratterebbe esclusivamente di una somma tra età anagrafica e lavorativa bensì un calcolo approssimativo giacché la soglia minima di contribuzione non può essere fissata al di sotto dei 38 anni.

La misura varata dal governo 5 Stelle-Lega dovrebbe entrare in vigore a partire dal 1 aprile 2019 e coinvolgerebbe tutti quei lavoratori che, a far data al 31 dicembre 2018, abbiano compiuto 62 anni e abbiano alle spalle 38 anni di contributi versati.

Fino ad ora, invece, le soglie pensionistiche sono decisamente più alte: si parla, infatti, di 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e di 41 anni e 10 mesi per le donne.

La quota 100, pertanto, ridotta ai minimi termini è un'uscita anticipata dal mondo del lavoro sicuramente molto più vantaggiosa per chi ha alle spalle diversi anni di contributi ma non è affatto risolutiva o sufficiente per chi, invece, di anni contributivi ne ha molti in meno.

In questo caso, infatti, corre in aiuto la pensione di vecchiaia. E ciò è pienamente pacifico giacché con venti anni di contributi sarebbe impossibile ipotizzare dover attendere gli 80 anni per andare finalmente in pensione.

Quindi, come puoi ben vedere, quella della quota 100 non è proprio una novità assoluta nel panorama pensionistico italiano poiché prima dell'entrata in vigore della legge Fornero ben si poteva accedere alla pensione di anzianità con il sistema delle quote. 

Benché tale regime sia stato abolito e sostituito dalla pensione anticipata, nel panorama italiano continuano a sopravvivere alcune tipologie di pensioni di anzianità calcolate con le quote.

Ci si riferisce in particolare alle pensioni per tutti gli addetti a quei lavori decisamente usuranti, a quelle dei beneficiari delle salvaguardie e del salvacondotto, ovvero per coloro nati nel 1952 con almeno 35 anni di contributi per gli uomini e 20 per le donne. 

Ma questa non è che un'eccezione, proprio perché l'attuale Governo sta cercando di cristallizzare il regime contributivo entro una soglia considerata equa e di facile accesso sia per gli uomini sia per le donne.

C'è, però, da sempre tenere a mente che l'età anagrafica necessaria per andare in pensione anticipata non può in nessun caso essere inferiore a 62 anni e i contributi non devono essere inferiori ai 38 anni. 

Quindi, tratte le dovute somme, con la quota 100 si potrà dire addio al lavoro un po' prima rispetto ai 67 anni previsti fino ad ora per la pensione di anzianità. 

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Pensioni quota 100: stesso trattamento per uomini e donne?

Considerata il piatto forte della riforma della pensioni la quota 100, però, potrebbe portare a non pochi problemi sperequativi tra la condizione lavorativa femminile e quella maschile. 

Le donne, infatti, tendenzialmente hanno carriere frammentate, messe a dura prova da congedi e maternità, con un'anzianità contributiva stimata intorno ai 25 anni. Una soglia decisamente troppo lontana da quella cristallizzata nei 38 anni richiesta per la nuova quota 100.

Con queste carriere fin troppo discontinue, infatti, la quota 100 diventa un vero e proprio miraggio. Le donne, infatti, riescono a guadagnarsi il diritto alla pensione solo raggiungendo la soglia prevista per quella di vecchiaia che, è bene ricordarlo, nel 2019 sarà fissata a 67 anni. 

Un gap non indifferente, soprattutto se si considera quanto esse possano essere discriminate se decidono di affiancare al lavoro il desiderio di costruire una famiglia.

Quindi, quale potrebbe essere la soluzione per garantire alle lavoratrici gli stessi diritti lavorativi e pensionistici dei colleghi uomini?

Secondo le ultime indiscrezioni e a meno di incredibili colpi di scena dell'ultimo istante, per tutto il 2019 dovrebbe rimanere in vita la cosiddetta opzione donna introdotta dalla legge Maroni nell'ormai lontano 2004.

Tale meccanismo, infatti, solamente per l'anno in corso consentirà alle donne di andare in pensione con 35 anni di contributi ma che appartengano a una fascia d'età di minimo 58 anni, se si tratta di lavoratrici dipendenti o di 59 anni e oltre se si tratta di autonome.

Secondo la consulente del lavoro Noemi Secci, il trattamento previsto con l'opzione donna riguarda solo il sistema contributivo e non anche quello retributivo. E questo potrebbe essere un altro punto a scapito delle donne lavoratrici.

Il sistema contributivo, infatti, si fonda esclusivamente sui contributi effettivamente accreditati, a differenza di quello retributivo che prende in considerazione parametri diversi, quali la media degli ultimi redditi o stipendi percepiti. 

Quindi, si parla di un taglio sull'assegno che arriva a sfiorare il 30%, una cifra che proprio irrisoria non può essere considerata.

Al vaglio del Governo c'è anche lo studio sulla proroga della cosiddetta Ape sociale, una sorta di anticipo sulla pensione richiedibile da chi versi in determinate condizioni di disagio, che abbia già compiuto 63 anni e versato almeno 30 o 36 anni di contributi, come nel caso di chi abbia assistito familiari conviventi con grave disabilità e di dipendenti adibiti a mansioni lavorative particolarmente gravose e usuranti.

Per accedere, dunque, all'Ape sociale le donne lavoratrici possono ottenere il beneficio di un anno di sconto sui requisiti contributivi per ogni figlio.

In ultimo, grazie alla possibilità della pensione anticipata prevista già dalla legge Fornero, le donne che lavorano potranno anticipare di 1 anno l'uscita dal mondo del lavoro rispetto ai colleghi uomini.

Per tutto il 2019, infatti, i requisiti per il beneficio richiedono almeno 41 anni di contributi e almeno dieci di anzianità contributiva, indipendentemente da quale sia l'età anagrafica della richiedente.

L'assegno, in questo caso, sarà devoluto solo dopo tre mesi dall'effettiva maturazione dei requisiti previsti dalla normativa. 

Il cumulo dei contributi: di cosa si tratta?

Il cumulo dei contributi: di cosa si tratta?

Come già emerso dal pacchetto previdenza, la quota 100 potrà essere raggiunta anche grazie al meccanismo che prevede il cumulo dei contributi, cioè sommando tutti i contributi versati e accreditati in casse diverse.

E' bene evidenziare e sottolineare, però, che tale meccanismo non può essere fruito dai liberi professionisti, ovviamente soggetti a quanto dispongono le specifiche casse di appartenenza.

Evidente vantaggio per chi abbia avuto una carriera discontinua, il cumulo dei contributi permette di sommare tutti i contributi versati nel corso degli anni sia allo scopo del raggiungimento della quota sia ai fini del requisito contributivo fissato in 38 anni di contributi.

Anche la quota 94 potrebbe essere un'interessante novità da studiare a fondo per capire chi e quando possa decidere di andare in pensione anticipatamente.

Il pacchetto previdenza, infatti, prevede questo tipo di possibilità, usufruibile da chi abbia compiuto 59 anni e abbia all'attivo 35 anni di contributi versati. 

In realtà, però, il termine pensione qui sarebbe utilizzato a sproposito visto che, accedendo alla quota 94, si tratterebbe più di un assegno di prepensionamento a carattere straordinario.

Tale assegno, dall'importo molto vicino a quello che sarà di natura definitiva a livello pensionistico, non potrà essere chiesto indistintamente da tutti i lavoratori giacché tale corresponsione potrà essere domandata solo da coloro ai quali mancano solamente 3 anni per andare in pensione e che siano impiegati in una struttura o in un'azienda che abbia sposato e sottoscritto tale accordo di vantaggio.

Questo complesso sistema di uscita anticipata dal lavoratore, a ben vedere, servirebbe all'azienda per effettuare un dovuto cambio generazionale: consentendo al lavoratore di andare in pensione 3 anni prima del previsto, l'azienda avrà l'opportunità, oltre che l'inventivo, di assumere forze fresche e di adibirle alle mansioni lasciate libere dal nuovo pensionato.

Va da sé, dunque, che l'assegno di prepensionamento sarà pagato, in misura che varierà di volta in volta, sia dall'azienda sia dal fondo interprofessionale cui si aderisce. Quella che, invece, poteva essere un'interessante novità ai fini pensionistici è stata prontamente defenestrata dal decreto legge.

In particolare, infatti, si è cercato di mettere dei paletti alle pensioni quota 100 con la previsione di una sorta di superbonus che potesse garantire un bonus stimato intorno al 33% per tutti quei lavoratori che, al contrario, decidevano di rimanere ancora nel mondo del lavoro.

Il governo 5 Stelle-Lega si è trovato subito spaccato al suo interno con diverse fazioni opposte in lotta tra loro e, pertanto, si è deciso di espungere dal decreto tale passaggio. 

Ciò, tuttavia, può non essere del tutto controproducente: se, infatti, le pensioni quota 100 sembrano bilanciare età anagrafica ed età contributiva, la possibilità di non lasciare il lavoro dopo aver superato l'età pensionabile appare quasi come un controsenso, soprattutto nell'ottica di voler avvantaggiare i giovani, proprio attraverso quel ricambio generazionale che pone l'Italia agli ultimi posti delle stime ISTAT. 

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Pensioni quota 100 e avvocati: come funziona?

Se, fino ad ora, abbiamo avuto modo di illustrare a grandi linee quale possa essere lo scenario per i lavoratori dipendenti o in qualche misura autonomi, per gli avvocati e i liberi professionisti in genere, la questione delle pensioni quota 100 può diventare più spinosa.

Il sistema previdenziale forense, non a caso, negli ultimi anni ha subito diverse riforme, anche a carattere decisamente rivoluzionario. Fino al 31 dicembre 2018, infatti, chi decideva di appendere definitivamente la toga al chiodo aveva tre diverse possibilità per lasciare il mondo del lavoro. 

In primis, ovviamente la pensione di vecchiaia per cui bastava essere in possesso dei requisiti contributivi richiesti e dell'età anagrafica prescritta.

In secondo luogo, la pensione di vecchiaia contributiva in base alle quale il traguardo della pensione era dato dal raggiungimento dell'età anagrafica specificamente richiesta anche se con meno anni di contributi alla spalle rispetto a quelli previsti per la pensione di vecchiaia e, infine, la pensione di anzianità che, subordinata alla necessaria cancellazione dall'Albo degli Avvocati dell'Ordine di appartenenza, dava priorità ai contributi versati nel corso degli anni.

Ebbene, per Cassa Forense, dunque, l'obiettivo pensione quota 100 è ampiamente raggiunto e superato.

Se, infatti, nel 2018 i requisiti minimi per la pensione erano stigmatizzati in 68 anni d'età, sia per uomini sia per donne, con 33 anni continuativi di contributi versati alla Cassa Forense, a partire dal 2019, per ottenere la pensione di vecchiaia, ci sarà un innalzamento sia dell'età, portata a 69 anni, sia dell'iscrizione alla Cassa per cui saranno necessari 33 anni.

Inoltre, a partire dal 2021, Cassa Forense provvederà a mandare in pensione tutti gli avvocati che abbiano raggiunto la soglia dei 70 anni d'età con 35 anni di contributi.

Ciò, però, non esclude che si possa decidere di abbandonare codici e toga al raggiungimento dei 65 anni, rinunciando al 25% del proprio trattamento pensionistico.

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