Diritto all’oblio: dalle pronunce giurisprudenziali alla regolamentazione


Il diritto all’oblio, può essere definito come il diritto di ciascuna persona ad essere dimenticata. Una garanzia che prevede la non diffondibilità di precedenti pregiudizievoli per l’onore di una persona

Il diritto all’oblio, può essere definito come il diritto di ciascuna persona "ad essere dimenticata".

Più precisamente, il diritto all’oblio è il diritto a non restare esposti, per un tempo infinito, alle conseguenze dannose, che possono derivare all’onore e alla reputazione, da fatti commessi in passato o nei quali si è rimasti in qualche modo coinvolti e che furono oggetto di cronaca.

Diritto all'oblio: significato

Diritto all'oblio significato

Pertanto, con tale espressione, si fa riferimento ad una particolare forma di garanzia che prevede la non diffondibilità, senza particolari motivi, di precedenti pregiudizievoli per l’onore di una persona.

Tale diritto viene in rilievo soprattutto qualora il soggetto sia stato coinvolto in precedenti giudiziari: non è legittimo diffondere informazioni a proposito di condanne ricevute o comunque altri dati sensibili, salvo che si tratti di fatti di cronaca di particolare rilievo, dovendo anche in questo caso,  bilanciare l’importanza dell’evento, che necessita di essere reso noto, con il diritto alla riservatezza e alla “dimenticanza”, che deve essere garantito ad ogni individuo.

Di conseguenza, deve essere garantito all’interessato, il diritto di chiedere che siano cancellati e non più sottoposti a trattamento i propri dati personali, qualora non siano più necessari per le finalità per le quali sono stati raccolti e trattati.

Tutto ciò ha una spiccata rilevanza quando le notizie viaggiano in internet.

L’avvento delle nuove tecnologie, la rapidità con cui vengono diffuse le notizie, e la possibilità che queste rimangano in rete per un tempo indefinito (facendo semplici ricerche su Google si possono trovare notizie e riferimenti anche di fatti avvenuti quando internet ancora non esisteva), ha accresciuto il problema, rendendo più evidente la necessità di tracciare un confine tra il diritto delle persone a conoscere vicende di interesse rilevante e il diritto ad essere dimenticati.

Nella pratica, il diritto all’oblio, avviene attraverso la rimozione di tutti quei link e riferimenti che rinviano ad un contenuto online ritenuto lesivo.

Come detto, una notizia presente online diventa facilmente raggiungibile da chiunque acceda ad internet e faccia semplici ricerche tramite un qualsiasi search engine.

Tale meccanismo, in informatica, è definito “indicizzazione”, e consente facilmente di reperire e raggiungere pagine o siti internet presenti nelle banche dati dei motori di ricerca online: basta digitare anche solo alcune parole chiave nell’apposito canale di ricerca, per far comparire, tra i risultati della ricerca, i collegamenti a siti internet (link) e, di conseguenza, ad articoli o contenuti multimediali in essi caricati.

Viceversa, il meccanismo che permette di rimuovere tali link dai motori di ricerca, è definito “deindicizzazione”. È con questa tecnica, pertanto, che si permette l’attuazione del diritto all’oblio.

È bene precisare, però, che la deindicizzazione non equivale ad eliminazione della notizia, dato o contenuto multimediale pregiudizievole dell’interessato a cui quelle informazioni si riferiscono.

Per ottenere una eliminazione definitiva, infatti, l’interessato dovrà rivolgersi direttamente al titolare del trattamento ovvero al responsabile del trattamento di quel dato e chiederne la cancellazione dal proprio sito internet.

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Diritto all'oblio: GDPR

Il diritto all’oblio è un diritto di creazione prevalentemente giurisprudenziale, oltre ad essere relativamente nuovo, essendo comparso nella giurisprudenza italiana e comunitaria, solo a partire dagli anni novanta del XX secolo. Infatti, soltanto il nuovo GDPR (Regolamento Generale sulla protezione dei dati personali), ha introdotto, all’art.17, una norma apposita dedicata al “diritto alla cancellazione o diritto all’oblio” (Regolamento Ue 2016/679 che, come sappiamo,  sarà operativo per tutti gli Stati UE a partire dal 25 maggio 2018).

Infatti, prima di ciò, il diritto all’oblio non era contenuto in nessuna legge, ed è stato riconosciuto per la prima volta solo da una sentenza della Corte di Giustizia Europea del 2014 (sentenza C-131/12 del 13 maggio 2014, caso Google Spain contro Agencia Española de Protección de Datos (AEPD) e Mario Costeja González); sentenza che ha fatto scuola e ha costituito, e costituisce tutt’ora, un punto di riferimento per identificare le caratteristiche e i modi di applicazione di questo diritto.

Con tale pronuncia, la Corte ha condannato Google alla deindicizzazione di alcuni siti internet che riportavano notizie lesive della sfera privata e della dignità di un cittadino europeo di origine spagnola.

La sentenza prende spunto dalla vicenda di un cittadino spagnolo, il sig. Costeja Gonzales, a cui era stata pignorata una casa di sua proprietà a seguito di un procedimento per la riscossione coattiva di crediti previdenziali.

All’epoca dell’accaduto, nel 1998, il quotidiano spagnolo “La Vanguardia”, aveva pubblicato due annunci relativi alla vendita all’asta dell’immobile, indicando anche il nome dell’ex-proprietario, nonché il fatto che la vendita fosse connessa a un pignoramento. Nel 2013, dopo quindici anni dall’accaduto, digitando sui motori di ricerca il proprio nominativo apparivano ancora tali notizie.

Così il signor Costeja Gonzales si rivolse al Garante spagnolo per la protezione dei dati personali, affinché procedesse nei confronti sia del quotidiano che di Google, per eliminare i relativi collegamenti, Il Garante spagnolo respinse il ricorso contro il quotidiano, ma lo accolse nei confronti di Google, che si oppose ricorrendo all’Audencia nacional, che decise di sollevare la questione pregiudiziale davanti alla Corte di Giustizia dell'Unione Europea.

Così la Corte di giustizia UE ha condannato Google a cancellare le indicizzazioni (ponendo in essere, quindi, il procedimento inverso di deindicizzazione) relative ai propri dati personali su richiesta dei cittadini europei interessati, a meno che non vi siano ragioni particolari.

Questo significa che Google e gli altri motori di ricerca dovranno evitare che venga riportato l'articolo che il soggetto vuole sia dimenticato tra i risultati (pur rimanendo nel server in cui è stato originariamente caricato).

In particolare, con questa pronuncia, si è affermato che, in virtù di quanto sancito dagli articoli 7 e 8 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea, ogni interessato può richiedere che le informazioni che lo riguardano, presenti sul web, non venga più messa a disposizione, sancendo, così, la prevalenza del diritto all'oblio del singolo individuo rispetto all'interesse economico del gestore del motore di ricerca e della collettività, che viene meno solo dinanzi a un evidente interesse pubblico alla conoscenza del fatto.

Diritto all'oblio in Italia

Diritto all'oblio in Italia

L’eco di questa pronuncia si è sentito anche in Italia, dove con diverse sentenze, è stato riconosciuto tale diritto.

Tra le prime rilevanti sentenze in argomento vi è quella emessa dal Tribunale di Roma (sentenza n. 23771 del2015), con la quale si è avuto modo, non solo di precisare che il diritto all’oblio non è altro che una particolare espressione del diritto alla riservatezza, ma sono stati chiariti anche quali sono i presupposti per ottenere l’attuazione di tale diritto, e quindi la cancellazione delle informazioni.

È necessario che il fatto che si intende dimenticare non sia recente ma che sia trascorso un determinato lasso di tempo dall’avvenimento in questione; e, inoltre, il fatto stesso non deve avere, o comunque deve aver perso, un notevole interesse pubblico.

Anche la Suprema Corte di Cassazione, non ha mancato di pronunciarsi sul punto (cfr per tutte Cass. Civ., n. 13161 del 2016), definendo il diritto all’oblio come “il giusto interesse di ogni persona a non restare indeterminatamente esposta ai danni ulteriori che arreca al suo onore e alla sua reputazione la reiterata pubblicazione di una notizia in passato legittimamente divulgata”.

Il diritto all’oblio è, pertanto, in stretta correlazione con l’esercizio del diritto di cronaca: un fatto privato può divenire legittimamente oggetto di cronaca se ed in quanto ci sia un interesse pubblico alla notizia.

Una volta che il pubblico sia stato edotto completamente sull’accaduto, cessa l’interesse pubblico in quanto la collettività ha ormai acquisito il fatto.

Cessato l’interesse, riproporre la notizia sarebbe inutile per la collettività e dannoso per i protagonisti della vicenda. Nel momento in cui l’interesse pubblico si affievolisce, fino a scomparire del tutto, è opportuno tutelare la reputazione delle persone coinvolte nel fatto facendo prevalere il diritto alla riservatezza sul diritto di cronaca.

Un ulteriore fondamento del diritto all’oblio, va rinvenuto nell’art. 27, co. 3 della Costituzione secondo cui “le pene […] devono tendere alla rieducazione del condannato”: principio della funzione rieducativa della pena. La pena non potrebbe assolvere questa sua funzione se tra i consociati rimanesse sempre vivo il ricordo di quanto quel condannato ha fatto. Quindi, il diritto all'oblio favorirebbe, in questo senso, il reinserimento sociale dell'accusato, il suo ritorno alla società civile.

Tutto ciò presenta comunque dei limiti, per quei fatti talmente gravi per i quali l’interesse pubblico alla loro riproposizione non viene mai meno (ad esempio, i crimini contro l’umanità, per i quali riconoscere ai loro responsabili un diritto all’oblio sarebbe addirittura diseducativo). Al diritto all'oblio, quindi, deve essere contrapposto il cd. “diritto alla storia”, che garantisce la continua conoscenza di determinati fatti, avvenuti anche molto tempo prima, proprio con una funzione educativa della società civile.

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Diritto all'oblio regolamento europeo

Come anticipato, con il nuovo Regolamento sulla privacy Ue, il diritto all’oblio, denominato più genericamente diritto alla cancellazione, riceve finalmente una regolamentazione espressa.

All’art. 17 del Regolamento viene stabilito che ogni interessato ha diritto ad ottenere dal titolare del trattamento la cancellazione dei dati personali che lo riguardano senza ingiustificato ritardo. Dal canto suo il titolare del trattamento ha l'obbligo di cancellare, senza ingiustificato ritardo, i dati personali di chi lo richiede, se sussiste uno dei motivi seguenti:

  • i dati non sono più necessari rispetto alle finalità per le quali sono stati raccolti o altrimenti trattati.
  • l’interessato ritira il consenso su cui si basa il trattamento e non sussiste altro motivo legittimo per trattare i dati.
  • l'interessato si oppone al trattamento dei dati personali e non sussiste alcun motivo legittimo prevalente per procedere al trattamento.
  • i dati sono stati trattati illecitamente.
  • i dati devono essere cancellati per adempiere un obbligo legale previsto dal diritto dell'Unione o degli Stati membri cui è soggetto il titolare del trattamento.
  • i dati sono stati raccolti relativamente all’offerta di servizi della società dell’informazione.

Tuttavia, tale diritto, tuttavia, viene meno quando la diffusione di determinate informazioni sia necessaria:

  • per l’esercizio del diritto alla libertà di espressione e di informazione.
  • per l'adempimento di un obbligo legale o per l’esecuzione di un compito svolto nel pubblico interesse o nell’esercizio di pubblici poteri.
  • per motivi di interesse pubblico nel settore della sanità pubblica.
  • per fini di archiviazione nel pubblico interesse, di ricerca scientifica o storica o a fini statistici.
  • per l'accertamento, l'esercizio o la difesa di un diritto in sede giudiziaria.

Matteo Migliore - Fondatore di LEGALDESK

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