Diffamazione a mezzo internet: va accertato IP di provenienza del messaggio


La pubblicazione di un messaggio a contenuto lesivo in internet, anche sui social network, va accertato l'indirizzo IP di chi ha postato il contenuto

“Ai fini della condanna per diffamazione a mezzo internet, è necessario che l’accusa provi di aver verificato l’indirizzo IP di provenienza della frase diffamatoria, nonché i cd. file di log, contenenti tempi e orari della connessione”.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, V Sezione Penale, nella sentenza 05/02/2018 n. 5352, accogliendo il ricorso di una donna, condannata per il reato di cui all’art. 595, comma 3, del codice penale.

Diffamazione a mezzo internet

Diffamazione a mezzo internet

Lo svilupparsi di quella che qualcuno definisce una “coscienza social”, la rapidità con cui le informazioni si diffondono attraverso Internet, l’impossibilità o comunque la difficoltà di controllare la provenienza e l’autorevolezza di tali informazioni, hanno posto il problema di individuare il ruolo dell’informazione e della liceità della stessa. Così come il rapporto tra ciò che deve considerarsi libertà di informazione e di pensiero, e ciò che invece può sfociare nel reato di diffamazione.

A ciò va aggiunta un’ulteriore considerazione, che non può essere trascurata quando si parla di informazione e di manifestazione del pensiero, e cioè la distinzione tra colui che comunica un’informazione a livello professionale, tramite una testata giornalistica online, e chi, invece, comunica determinate informazioni attraverso mezzi di diffusione del pensiero, quali i social network. Altro non sono se non “un servizio di rete sociale, basato su una piattaforma software scritta in vari linguaggi di programmazione, che offre servizi di messaggistica privata ed instaura una trama di relazioni tra più persone all’interno dello stesso sistema” (Corte di Cassazione, sez. V penale, sentenza n. 4873/2017)".

Infatti, a differenza di quanto avviene per i media tradizionali (che siano cartacei o digitali), in internet la diffusione delle notizie, dei commenti e delle opinioni in genere, di coloro che utilizzano la rete non è soggetta ad un regime di controllo, e il margine di cadere, pertanto, nella commissione del reato di diffamazione è sicuramente più alto rispetto a quanto avvenga nei media tradizionali.

La Corte di Cassazione ha più volte ribadito che le espressioni per così dire aperte, che si ritrovano in determinate norme, possano essere lette nel senso di includere nella previsione del legislatore gli strumenti telematici, anche se non esplicitamente indicati dalla littera legis.

Il legislatore (e le interpretazioni giurisprudenziali, sulla stessa linea), dovendo fare i conti con la celerità del progresso tecnologico, non ha voluto indicare in maniera tassativa quali dovessero essere “i mezzi tecnici idonei” alla trasmissione di notizie e opinioni, ma ha preferito elaborare categorie generali, lasciando così all’interprete il compito di verificare, di volta in volta e in relazione alle più recenti innovazioni nel campo degli strumenti di comunicazione, se la fattispecie concreta possa essere ricondotta nel ambito della disposizione normativa.

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Reato di diffamazione

L’art. 595 c.p., prevede che “chiunque, comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a 1032 Euro”. Ai commi 2 e 3 del medesimo articolo si sottolinea che se l’offesa consiste nell’attribuzione di un determinato fatto, la pena aumenta, e se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a euro 516 (cd. diffamazione aggravata).

Due sono, pertanto, gli elementi che caratterizzano il reato di diffamazione:

  • la comunicazione con più persone, intesa come pluralità di soggetti che siano in grado di percepire l’offesa e di comprenderne il significato.
  • l’offesa alla reputazione del soggetto che si vuole colpire, in maniera cosciente e consapevole.

L’utilizzo dei social network, in particolar modo di Facebook, è sempre più diffuso, le persone vi si riuniscono per interagire con terzi soggetti, comunicare i propri pensieri e le proprie idee, condividere immagini o video. Per questo è diventato necessario estendere l’applicabilità del reato ex articolo 595 c.p. anche al caso in cui questo sia commesso per via telematica o informatica.

La Suprema Corte, con la sentenza n. 16712/2014, ha ricondotto la fattispecie della diffamazione aggravata, attraverso l’utilizzo del mezzo di pubblicità (art. 595, co3, c.p.), all’ipotesi di diffamazione attraverso il social network, proprio per la facile diffusione e visibilità che riscontra una notizia pubblicata sui social.

Gli Ermellini, hanno infatti sottolineato che, la pubblicazione di una frase offensiva su un social network rende la stessa accessibile ad una moltitudine indeterminata di soggetti, per il solo fatto che questi siano registrati a quel determinato social network.

Pertanto la pubblicazione, sulla bacheca del proprio profilo personale di Facebook, di un messaggio a contenuto lesivo dell’onore e della reputazione di un soggetto, integra, il delitto di diffamazione aggravato dall’utilizzo di altro mezzo di pubblicità, contemplato nel comma 3 dell’art. 595 c.p.

Affinché si possa parlare di diffamazione a mezzo Facebook, è necessario: poter individuare con precisione il soggetto a cui vengono rivolte espressioni; che ci sia, da parte di chi rende tali manifestazioni, la coscienza e volontà di usare espressioni idonee a recare offesa al decoro, onore e reputazione del destinatario delle stesse; e che tutto sia accessibile a più persone, e di conseguenza non sia facilmente controllabile la loro diffusione.

Quindi, la diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca Facebook integra l’ipotesi aggravata menzionata trattandosi di condotta potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato o comunque quantitativamente apprezzabile di soggetti.

Un'aggravante che trova la sua ratio nella idoneità del mezzo utilizzato che determina una rapida pubblicizzazione e diffusione (Cassazione penale, sez. I, 28/04/2015, n. 24431; Cassazione penale, sez. V, 13/07/2015, n. 8328).

Diffamazione a mezzo internet: caso in esame

Diffamazione a mezzo internet: caso in esame

La sentenza in commento si occupa della rilevanza dell’accertamento dell’indirizzo IP con riferimento al reato di diffamazione a mezzo social network.

Nella vicenda in esame l’imputata veniva condannata in primo (Tribunale di Brindisi) e in secondo grado (Corte d’Appello di Lecce) alla pena ritenuta di giustizia ed al risarcimento del danno nei confronti della parte civile per il reato di cui all’art. 595 co 3, c.p., per aver offeso la reputazione del sindaco del proprio Comune, diffondendo un messaggio diffamatorio attraverso il social network Facebook.

Con ricorso per Cassazione il difensore dell’imputata deduceva l’illogicità della motivazione e la violazione dei criteri legali di valutazione della prova.

Difatti la Corte di appello aveva reputato riferibile all’imputata il messaggio postato sul social network sulla base dei seguenti indizi:

  • la provenienza da un profilo che riporta il suo nome e cognome.
  • la natura dell’argomento di discussione del forum (riguardante pretese di lavoratori del Comune), di interesse della ricorrente, essendo l’imputata sindacalista.
  • la circostanza che la stessa non avesse mai lamentato l’utilizzo abusivo da parte di altri del proprio nome e cognome, né avesse mai denunciato alcuno per furto di identità.

In Cassazione la ricorrente ha lamentato l’omessa verifica da parte dell’accusa dell'indirizzo IP di provenienza (codice numerico assegnato in via esclusiva ad ogni dispositivo elettronico, all’atto della connessione da una data postazione dal servizio telefonico, onde individuare il titolare della linea) della frase diffamatoria, così come la mancanza di una prova fornita attraverso i cd. file di log, contenenti tempi e orari della connessione.

Inoltre, dalle indagini svolte in origine dalla parte civile, l'indirizzo IP individuato, era risultato intestato ad altro profilo facebook, sul quale scrivevano numerosi utenti.

Per la Cassazione il ricorso è fondato, in quanto effettivamente la sentenza di primo grado, confermata poi in Appello, aveva ritenuto sussistente la responsabilità penale della ricorrente, considerando senz’altro riferibile ad essa la frase reputata offensiva, di cui all’imputazione, pur a fronte del mancato formale riscontro dell'indirizzo IP di provenienza, segnalato dalla difesa, sulla base di elementi indiziari indicati come concordanti e gravi.

La motivazione della Corte d’Appello non si confronta con le specifiche lagnanze mosse dalla difesa, relative all'indicata intestazione dell'IP individuato in origine dalla parte civile, riferibile al profilo Facebook registrato a nome dell'altro sindacalista.

Ancora, la Corte territoriale ha omesso di confrontarsi con l'argomento difensivo secondo il quale, a prescindere dal nickname utilizzato, l'accertamento dell'IP di provenienza del post può essere utile per verificare, quanto meno, il titolare della linea telefonica associata.

Neppure il provvedimento impugnato risponde sulla dedotta carenza istruttoria circa la verifica tecnica di tempi e orari della connessione.

La Suprema Corte ha, pertanto, annullato la sentenza impugnata in quanto, non prendendo in considerazione le argomentazioni portate dalla difesa, ha motivato in maniera insufficiente circa l’esposto dubbio che soggetti terzi abbiano utilizzato il nickname dell'imputata, non rispettando così il criterio legale di valutazione della prova di cui all'art. 192, co 2, c.p.p., che impone che gli indizi posti a base della ritenuta responsabilità, rispettino i canoni della convergenza, concordanza e precisione.

Matteo Migliore - Fondatore di LEGALDESK

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